Capiamo il valore di qualcosa solo nel momento in cui non ce l’abbiamo. E’ nell’indole dell’uomo. A volte, però, abbiamo la fortuna di rimediare, capendo e tornando sui nostri passi per non ripetere l’errore.
In questi sciagurati giorni che hanno caratterizzato la storia dell’Emilia, si sono verificate tragedie e danni spesso irreparabili. Altri, invece hanno trovato una soluzione. E questa è la storia di tanti caseifici emiliani e del loro Parmigiano Reggiano.
Sulle tavole italiane impera da sempre, come compagno indefesso della pastasciutta o come antipasto con il classico tozzetto di pane; come aperitivo con qualche chicco d’uva o lontano dai pasti, come carica di pronta energia, sempre soddisfacente, sempre sano e sempre gustoso (anche per gli intolleranti al lattosio, essendone il parmigiano privo). È indiscutibilmente il re dei formaggi, poiché viene curato secondo un rigido regolamento che vieta l’uso di additivi e conservanti, come anche di foraggi fermentati, che guasterebbero il lungo e preciso lavoro di cagliatura, parte fondante della sua produzione. Per ogni forma di Parmigiano da 40 kg, vengono impiegati 600 litri di latte, che lavorati, stagionati e marchiati, arrivano sulle nostre tavole offrendoci un prodotto di altissima qualità.
La fusione tra territorio e prodotto è sapientemente gestita dalla mano dell’uomo da oltre nove secoli, garantendo un prodotto che si è fatto bandiera del made in Italy, o meglio ancora, dell’handmade in Italy. L’inconfondibile scritta a pallini sulla scorza (totalmente edibile) di tutte le forme, l’esame e i controlli che subiscono per ottenere la Denominazione di Origine Protetta, i bollini aragosta, argento e oro per definire la stagionatura di 18, 22 e di otre 30 mesi, sono alcuni degli step che passa il Parmigiano Reggiano e che fanno di esso un prodotto unico.
Oggi, oltre 600 mila forme, a causa del terremoto, sono andate in rovina per il mercato della grande distribuzione: si tratta di forme che vanno dai 3 ai 12 mesi, e quindi non idonee al marchio Dop (attribuibile solo dopo i 14 mesi), che verranno veicolate per diventare formaggio generico da grattugia o da fusione e di altre Dop, purtroppo rotte e non commerciabili. Ecco quindi la mobilitazione nazionale per salvare il parmigiano “terremotato”, acquistandolo direttamente dai caseifici, al fine di limitare le gravi perdite che caseari e produttori stanno subendo. Tale e tanto è stato il sentimento di dispiacere nei confronti del prodotto italiano per eccellenza, che ormai le liste d’attesa non si contano. Non si tratta di una campagna di speculazione nei confronti di un prodotto altrimenti piazzabile con gravi perdite pecuniarie, quanto di un acquisto solidale, volto a limitare i danni di una tragedia che non trova ancora un punto e che lascia tutti inconsapevoli sul da farsi. Noi intanto ci rimbocchiamo le maniche e facciamo il nostro ordine: perché che cosa sarebbe un piatto di pastasciutta senza la classica manciata di parmigiano reggiano?!
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